Eccoci al 2° episodio della serie “Un’occidentale che danza l’Oriente”. Entriamo nella vita da ballerina di Ailema, con i suoi racconti personali, alla scoperta della Danza, di questo mondo così affascinante e questa cultura, in un susseguirsi di aneddoti e curiosità.
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Buona lettura!
“L’impegno. Laddove i confini non sono limiti ma nuovi orizzonti.”
Studiare! Questa era la prima cosa da fare. Non solo per imparare ma anche per conoscere, per capire… Mi si apriva un mondo che non era e non poteva essere solo passi e, seppur mi risuonasse nel profondo in un modo, oserei dire ancestrale, io fino a quel momento lo avevo solo sfiorato in un paio di viaggi o poco più.
I primi corsi furono con Mouna, simpaticissima donna marocchina, a cui devo anche la scoperta di star internazionali della danza nonché di usi e costumi di una certa parte d’Oriente, quella piu’ magrebina.
Da lì fu un susseguirsi di studi e approfondimenti…e grande impegno: ogni mercoledì a Milano, presso il Magica la più nota scuola d’italia pioniera in questo stile e, appena capitavano, workshop proficui o soggiorni studio formativi in Italia o in giro per l’Europa e spesso con sostegno e complicita’ di marito e figli.
Finche’ divenne inevitabile mirare all’Egitto! In quella che era considerata, a torto o a ragione, la patria della Danza del ventre, avevo individuato una danzatrice strepitosa che però non si riusciva a capire dove insegnasse. Ricordo che internet era agli albori (25 anni or sono) e in più non era così semplice in quel periodo per una Egiziana ufficializzarsi danzatrice. Mi decisi quindi a partire per il Cairo e la cercai fino a trovarla, seguendo poche e confondenti indicazioni: si trattava di Randa Kamel, allora ancora quasi sconosciuta ai più. In una specie di scantinato, quasi in segreto, dava lezioni di Danza, e quasi esclusivamente a straniere, fra cui me appunto.
Ricordo un aneddoto che ho ancora ben impresso: nel suo… chiamiamolo “studio”… mi rubarono il cellulare e lei quasi mi redarguì dicendomi che era scritto ovunque di non lasciare nulla incustodito, neanche per un attimo. Io le risposi gentilmente che di sicuro la colpa era la mia ma che, data la sua utenza internazionale, forse avrebbe potuto scrivere qualcuno di quei cartelli appesi in inglese! Erano così belli, tutti in scrittura araba, ai miei occhi risultavano solo come incantevoli opere d’arte… Rise! Il giorno dopo a lezione mi fece trovare un cellulare nuovo! In Egitto all’epoca quella spesa corrispondeva quasi ad un mese di stipendio.
E poi ci furono i festival, mentre io crescendo diventavo sempre più critica ed esigente. Tanto che proprio ad uno fra i festival più famosi, ai piedi delle piramidi, abbandonai la lezione di una star internazionale che non stava insegnando e mostrando proprio nulla. Ricordo che sulla porta il figlio-guardiano della nota boss-organizzatrice mi disse “se esci non rientri”, ed io:“Tranquillo, non ci penso minimamente!”.
Al Cairo comunque devo molto, non solo studio, ma amicizie, grandi viaggi, scoperte, esplorazioni culturali, acquisti di interi set di costumi per me e successivamente per quelli che furono i miei gruppi di allieve.
Ricordo ancora Mahmood, ogni volta tranquillamente seduto sul suo divano in mezzo ad abiti di danza di ogni tipo e colore, che mi riceveva con cibo e tè alla menta in quegli antichi palazzi, un tempo principeschi, divisi per piani di gonne, monetine, veli, pantaloni, galabeye, tuniche folk ecc… Mi sembrava di essere nel Paese delle meraviglie! All’apice della mia carriera arrivavo a passarci giornate intere per comporre le collezioni di abiti per le coreografie dei miei corsi (non è difficile da credere per chi conosce la mia meticolosità nel vestire le allieve e combinarne i colori).
Ma, a parte l’ottima Shawerma, il tè alla menta, e lo squisito risolatte, non c’erano agevolazioni per nessuna, americana, europea, giapponese o cinese che fosse, e quindi neanche per me, seppur arrivassi a riempire scatoloni e scatoloni che poi mi venivano spediti direttamente a casa. Mahmoud ripeteva sempre: “Per me non fa differenza vendere uno o 10 pezzi nello stesso tempo: il costo del pezzo resta quello perché non è un problema il tempo: quello è un’ ansia di voi occidentali!”. Li’ compresi meglio quel detto arabo che rivolto a noi fa così: “Voi avrete gli orologi, ma noi orientali abbiamo il tempo!”.
Va detto però che sul fronte studi l’acme mi attendeva ben lontano dall’Egitto, dove vi condurrò alla prossima puntata, esattamente “alla fine del mondo”, Perché ogni confine è sempre e solo un nuovo orizzonte!
L’avventura continua nel prossimo episodio qui sul mio blog!
Ailema